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Pubblicato inGenitori

Il parto indotto: procedure, indicazioni e rischi

Per parto indotto s’intende la procedura medica di provocare artificialmente il parto, avvalendosi di diverse tecniche, in base alle condizioni che lo rendono necessario.

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Per parto indotto s’intende quella procedura medica attraverso il quale il parto viene provocato artificialmente. 

Questo può essere necessario per diverse ragioni, tra cui problemi di salute della madre o del feto, il superamento della data prevista per il parto, o altre condizioni che richiedono un controllo più accurato.

Insieme alla dott.ssa Marchisio, ostetrica del Santagostino, vediamo con quali metodiche viene indotto il parto, quando è necessario, e quali sono i vantaggi.

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Parto indotto: di cosa si tratta?

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Per parto indotto s’intende l’induzione del travaglio del parto mediante metodi artificiali. Si tratta di una pratica medica, che si avvale di differenti tecniche e che può essere necessaria in diverse condizioni, come le gravidanze oltre il termine, la rottura anticipata delle membrane, patologie materne e/o fetali.

Dal momento che si tratta di un tipo di parto che non è esente da rischi sia per la madre che per il feto, la scelta di questa pratica medica deve essere fatta accuratamente. In genere, l’induzione del parto conclude con un parto vaginale, tuttavia, in determinati casi, può essere necessario l’uso della ventosa o l’esecuzione di un taglio cesareo.

Perché si induce il parto? 

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Solitamente le principali indicazioni all’induzione del parto sono:

  • Gravidanza post-termine: quando una gestazione supera il termine previsto (in base ai protocolli ospedalieri può variare dalle 41 alle 42 settimane), si ricorre all’induzione del parto. Il rischio, altrimenti, è quello che la placenta invecchiando non apporti più i nutrimenti necessari al feto o che il feto diventi troppo grande.
  • Rottura prematura delle membrane: la rottura del sacco amniotico rappresenta uno dei segni iniziali del travaglio e può avvenire a termine di gravidanza o anche molte settimane prima. A termine di gravidanza, nel caso in cui la rottura del sacco non sia seguita dall’inizio del travaglio, dopo qualche ora viene iniziata una terapia antibiotica per evitare che insorgano infezioni e successivamente viene indotto il travaglio. 
  • Oligoidramnios: questo termine è riferito alla riduzione di liquido amniotico. Nel caso in cui sia un’importante riduzione, per evitare problemi al feto, si induce il parto 
  • Iposviluppo fetale: può essere causato da svariate patologie, tra cui la placenta mal funzionante
  • Gestosi: si tratta di una patologia della gravidanza, caratterizzata dalla presenza contemporanea di ipertensione, edema e proteinuria e che può evolvere in Hellp Syndrome, una patologia molto pericolosa per la madre e per il feto
  • Patologie materne: alcune patologia come il diabete, la colestasi gravidica e l’ipertensione, possono far propendere i medici all’induzione del parto.

L’induzione del parto è inoltre praticata in caso di morte fetale (MEU), quando avviene in una fase avanzata della gravidanza.

Come avviene il parto indotto? Procedure e metodiche

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Il parto indotto si avvale di diverse tecniche, la cui scelta dipende dalla motivazione e dalla maturità o immaturità della cervice uterina. In ogni caso, la scelta di una metodologia, non preclude l’utilizzo di un’altra.

Tra le tecniche di esecuzione del parto indotto troviamo:

  • Scollamento delle membrane
  • Induzione della maturazione e della dilatazione cervicale con vari metodi
  • Amnioressi
  • Somministrazione intravenosa di ossitocina.

Scollamento delle membrane

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Lo scollamento delle membrane serve a stimolare l’inizio spontaneo del travaglioDurante questa procedura, il ginecologo esegue una serie di manovre delicate, finalizzate a separare il sacco amniotico dalle pareti uterine. 

Gli effetti non sono sempre immediati. È possibile, inoltre, che dopo lo scollamento si abbiano perdite ematiche, più o meno abbondanti.

Induzione della maturazione e della dilatazione cervicale

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In base alla maturazione cervicale, all’età gestazionale e alla parità (se la donna ha già avuto o meno altri figli) il ginecologo decide che tipo di induzione effettuare:

  • Prostaglandine sintetiche, per favorire la maturazione cervicale. Si utilizzano le prostaglandine, che possono essere utilizzate per via orale (misoprostolo) o per via intravaginale (una fettuccia che viene introdotta in vagina e rilascia gradualmente il farmaco)
  • Dilatatore meccanico: è un catetere che viene inserito nella cervice uterina e che agisce stimolandola meccanicamente, mediante due palloncini. Questa stimolazione determina modificazioni a carico del collo uterino, grazie alla produzione di prostaglandine endogene.

Amnioressi

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Per amnioressi s’intende la rottura del sacco amniotico da parte del medico. Questa pratica determina un aumento della produzione di prostaglandine endogene e di conseguenza l’inizio del travaglio

Parto indotto con ossitocina

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Questa tecnica consiste nella somministrazione di ossitocina per via endovenosa, un ormone che stimola in modo artificiale le contrazioni uterine e che viene somministrato in modo graduale, fino alla stimolazione del travaglio. Durante la procedura, è importante monitorare costantemente la madre e il feto, soprattutto la frequenza cardiaca di quest’ultimo, per garantire la loro sicurezza. In alcuni casi, può essere necessario procedere con un taglio cesareo se il travaglio non progredisce come previsto o se si verificano complicazioni.

Quanto dura l’induzione del parto?

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La durata dell’induzione dipende da molti fattori, come ad esempio la settimana di gestazione in cui la paziente si trova e quindi la maturità del collo uterino, il metodo utilizzato e anche la risposta della donna.

Può durare anche fino a 24 – 48 ore, a partire dall’inizio dell’induzione. Questo, quindi, non vuol dire assolutamente che la donna avrà le contrazioni per tutto il periodo di tempo. 

È vero che il parto indotto è più doloroso?

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Il dolore è una condizione molto soggettiva: alcune donne potrebbero avvertirlo in misura maggiore, altre no. Ogni donna, infatti, nel caso in cui abbia più parti, può avvertire intensità di dolore diverse per ognuno di essi. Quello che sicuramente è stancante per la paziente è la durata della sintomatologia dolorosa che, in caso di inizio del travaglio spontaneamente, sarebbe minore.

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Quali sono i rischi?

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Prima di decidere per l’induzione al travaglio, il medico valuta il rapporto rischi/benefici per agire con il più ampio margine di sicurezza, sulla base di un’accurata valutazione della situazione materna e fetale.

Le principali problematiche a cui si può andare incontro sono:

  • Fallimento dell’induzione che implica l’esecuzione di un taglio cesareo
  • Taglio cesareo d’urgenza per possibili complicanze materne e/o fetali (ipertono uterino, alterazioni del battito fetale, iperpiressia, etc.).